Mediterraneo Geopolitica

Esteri, Rospi (PP): ‘Italia ago della bilancia nel Mediterraneo’

Historia magistra vitae. O almeno, a sentire i Latini, dovrebbe essere così. Perché quello che è accaduto pochi giorni fa nel palazzo presidenziale di Ankara, con la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che si è dovuta accomodare sul divano, mentre gli altri due interlocutori – il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il padrone di casa Tragyp Erdoğan – erano adagiati su una sedia d’onore, ha un precedente illustre proprio da quelle parti.
XVI secolo: a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) l’ambasciatore di Carlo V (Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico) fu convocato da Solimano I il Magnifico, Sultano dell’Impero Ottomano. Giunto al colloquio, il diplomatico notò che non c’era una sedia per lui, e che il monarca voleva lasciarlo in piedi durante l’udienza.

L’inviato senza scomporsi svestì il mantello, ci si sedette sopra e avviò il confronto senza accusare il colpo. Andando via, lasciò il mantello per terra e i cerimonieri, supponendo una dimenticanza, lo richiamarono, ricevendo dal delegato cristiano una risposta tranchant: “Gli ambasciatori non usano portarsi via la propria sedia”.

Savoir-faire e carisma apparentemente sconosciuti a questa Europa che, spesso, appare “policefala”, ostaggio di diverse anime che si coniugano in altrettanti approcci in tema di politica europea. Dopo il cosiddetto “sofagate”, è arrivata la presa di posizione del Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, contro il presidente anatolico, che potrebbe segnare un punto di svolta nel ruolo del Vecchio Continente nello scacchiere euroasiatico.

Non è più il tempo delle dichiarazioni cosmetiche dei governi europei, atteggiamenti di facciata davanti a minacce che covano inesorabili sotto la cenere diplomatica. Erdoğan è uno stratega audace, e sa agitare spettri che turbano i sonni delle dodici stelle dorate su campo blu. Penso, ad esempio, a quando minaccia una nuova crisi dei migranti, in prevalenza siriani, e la rottura dell’accordo con l’UE che nel 2016 ha chiuso la rotta balcanica.

Una sfida sulla carta temibile, soprattutto per l’Italia, che l’ex sindaco di Istanbul lancia periodicamente, sicuro di avere in mano un grande potere negoziale, derivato proprio da quei bilaterali di cinque anni fa, che esercita con continue azioni spregiudicate nel Mediterraneo orientale. Il presidente turco, non solo dialetticamente, non rispetta i rapporti di forza e provoca continuamente i propri interlocutori: Europa, Russia, Cina e Stati Uniti.

Proprio l’alleato oltreoceano potrebbe tornare a essere un partner credibile per ridare all’Europa il ruolo di guida nell’area mediterranea; del resto, sia Draghi (“più Europa e più atlantismo”) che Joe Biden (“centralità dell’Europa”) si sono pronunciati in tal senso.

Ci sono molteplici analogie tra l’attuale momento storico pandemico e il periodo a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale con la ricostruzione post-bellica: tensioni a macchia d’olio (non solo petrolifera) tra Cirenaica e Tripolitania, popolazioni stremate a livello sanitario e monetario, pioggia di fondi per far ripartire le economie (Piano Marshall 74 anni fa, Recovery Fund nel 2021).

Oggi come allora, l’alleato “stars and stripes” è credibile, soprattutto dopo l’incoraggiante cambio di passo che la nuova amministrazione democratica ha adottato, in discontinuità rispetto al quadriennio Trump. L’alleanza con Washington è solida e può fungere da volano, per rinsaldare il ruolo dell’Europa nel Mediterraneo (contenendo la crescente presenza di Turchia, Russia e Cina) e per rilanciare quello dell’Italia nella regia della politica estera europea in quell’area.

I rapporti tra Bosforo e Bruxelles al minimo storico sono gli apici di movimenti tellurici sotterranei ,che toccano da vicino i blocchi di potere planetari, e riguardano interessi commerciali strategici, incluso il controllo delle fonti energetiche.

Ecco perché bene fa Mario Draghi a vestire la maglia del protagonista e non della comparsa, candidandosi a pieno titolo come l’alfiere di una rinnovata leadership europea che, nei prossimi tempi, perderà sicuramente Angela Merkel (all’ultimo mandato) e con Emmanuel Macron più impegnato nel contrastare l’ascesa di Marine Le Pen in vista delle presidenziali del 2022.

Quest’ottica europeista dal respiro italocentrico non può prescindere da un Mezzogiorno forte: il sud Italia, nonostante il gap infrastrutturale col resto del Paese, grazie alla sua posizione strategica può far valere le proprie specificità territoriali, su tutte quelle portuali.

Mettere in rete i principali approdi marittimi italiani, investendo in portualità, autostrade del mare, reti ferroviarie e stradali, consentirebbe di accrescere la competitività dell’UE su scala globale. Tuttavia, bisogna rovesciare il paradigma dello sviluppo: la corsa non è più solo relegata all’asse Nord-Sud.

È opportuna, invece, una visione strategica che coinvolga trasversalmente da Ovest a Est, puntando gli immensi mercati di Cina, India e Medio Oriente: una visione che punti a un Sud testa di ponte per il traffico mercantile nel Mediterraneo, sempre più centrale nelle rotte mondiali.

E con Puglia e Basilicata che, grazie a rinnovate infrastrutture ferroviarie, al porto di Taranto e al suo retroporto naturale che arriva sino in Val Basento – entrambi da mettere in rete con Gioia Tauro – diverrebbero snodi strategici di questo hub logistico del Mezzogiorno al servizio del Mediterraneo.