Fondi Ue: Mezzogiorno in affanno

16 febbraio 2021 – Impietosi. I dati relativi ai livelli di spesa dei fondi FESR e FSE della programmazione 2014-2020 allo scorso 31 ottobre raccontano di quasi tutte le regioni del Mezzogiorno in affanno. Gli impegni di spesa oscillano tra il 50% e il 70%, i pagamenti tra il 30% e il 40%: un vero e proprio harakiri per queste aree che, invece, dovrebbero spendere velocemente e bene per recuperare il divario con le regioni più sviluppate. A fare eccezione la Puglia, con impegni di spesa al 93% e pagamenti superiori al 50% delle risorse programmate. Da valutare se bene o male, tuttavia la Puglia le risorse europee le sta spendendo.

È importante riflettere su questi dati perché, all’orizzonte, c’è l’imponente dote di danaro che l’Italia da qui a cinque anni: 311 miliardi di euro tra NextGenerationEU, risorse residuali e programmazione europea 2021-2026. Il Recovery Fund sta trasversalmente animando l’agorà della politica italiana, consapevole della necessità di scelte efficaci e urgenti, poiché le decisioni che saranno (o non saranno) prese nel breve periodo, influenzeranno la vita del Paese per i prossimi quarant’anni.

Esiste un parallelismo tra il Piano Marshall del periodo postbellico e il Recovery Fund di oggi: investimenti massicci negli asset ritenuti strategici, per il rilancio di economie disastrate a causa di due catastrofi, all’epoca bellica e oggi pandemica, puntando alla ripresa dei redditi e delle attività produttive. Come nel dopoguerra i governi guidati da Alcide De Gasperi contribuirono brillantemente alla rinascita del Paese evitando di disperdere le somme in mille rivoli così, anche stavolta, sono certo che il governo Draghi concentrerà le risorse su investimenti efficaci e produttivi con al centro l’ammodernamento del Paese, la coesione sociale e le giovani generazioni.

Restringendo il campo d’osservazione al Tacco d’Italia, la Regione Puglia ha candidato al finanziamento tramite il Recovery plan 167 progetti per quasi 18 miliardi di euro da investire su infrastrutture, agricoltura, commercio, green economy, sviluppo delle imprese, aree industriali, ambiente e turismo. Tuttavia, da quanto si è intuito si tratta perlopiù di idee rapidamente messe su carta su richiesta del governo, peraltro senza limiti sull’entità delle risorse da destinarvi. È, dunque, ipotizzabile che, di quei progetti, molti non entreranno nel Recovery Plan e che i 18 miliardi per la Puglia rappresentino una cifra sovradimensionata. L’auspicio è che il vero Recovery Plan pugliese sia il frutto di un percorso rapido ma concertato con parti datoriali e sociali e che le cifre per la Puglia siano quelle che le spettano; meglio ribadirlo non si sa mai. Secondo alcuni analisti, infatti, il rimescolamento nei posti di potere del governo renderà il nuovo esecutivo molto meno a “trazione meridionale” rispetto a quello del pugliese Conte, col rischio che le risorse ipotizzate per il Mezzogiorno possano essere dirottate verso latitudini più fredde. Speriamo di no; tuttavia, quantunque l’ultimo governo fosse a trazione meridionale come mai in passato, l’attenzione alle problematiche del Mezzogiorno ci è sembrata più a parole che nei fatti. Dunque, pazienza se adesso avremo una squadra di governo meno meridionale, sono certo che il premier Draghi sarà garante anche delle istanze del Sud.

D’altronde, il nodo focale non è tanto la provenienza geografica delle persone chiamate a decidere e legiferare, quanto la loro competenza e sensibilità nella trattazione di temi oramai indifferibili. Tra questi, quello della semplificazione della burocrazia per rendere il nostro un Paese del “fare” e non più dei lacci e lacciuoli che bloccano lo sviluppo e la realizzazione di quelle infrastrutture che Puglia e Mezzogiorno necessitano da anni per ridurre il gap col resto del Paese. La nostra idea sul tema si riassume in un modello, quello concepito per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, avvenuta in soli due anni: il “Decreto Genova” – del quale fui relatore – ha dato vita a un paradigma potenzialmente replicabile per le grandi sfide infrastrutturali che presto lo Stivale dovrà affrontare. Una traccia che, rivista e corretta in alcuni passaggi, punterebbe su una burocrazia snella, sulla nomina di commissari ad hoc, sulla rotazione delle imprese e sulla libera concorrenza tra le stesse.

Cent’anni fa Don Luigi Sturzo affermava che “un programma politico non si inventa, si vive”: l’auspicio è che il programma del governo Draghi possa vivere libero e senza veti o impedimenti, perché l’Italia e la Puglia hanno voglia di futuro.

Gianluca Rospi

Pubblicato su La Repubblica – ed. Bari del 16/02/2021