Ambiente e clima: Recovery Fund e New Green Deal, da qui passa il futuro. L’editoriale di Gianluca Rospi

Il 2020 è stato l’anno più caldo da quando esistono i monitoraggi ambientali: nell’anno appena trascorso, infatti, è stato nuovamente raggiunto il picco già toccato nel 2016, registrando una temperatura più alta di 1.25 gradi centigradi rispetto al periodo pre-industriale. Sono questi i risultati che arrivano dall’indagine di Copernicus, il servizio di monitoraggio satellitare della Terra dell’Unione Europea.

Questo dato si inserisce nel trend negativo che ha caratterizzato il decennio 2011-2020. Sembra inoltre che questo sarà confermato dai risultati dell’indagine dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (OMM), la quale ha già anticipato a fine dicembre come il 2020 sarà classificato tra i tre anni più caldi mai registrati. Il calore degli oceani ha raggiunto livelli record e oltre l’80% dell’oceano globale ha subito un’ondata di caldo marino durante il 2020, con ripercussioni diffuse per gli ecosistemi acquatici che già soffrono di acque più acide a causa dell’assorbimento di anidride carbonica (CO2).

L’anno appena trascorso ha insegnato a tutti noi qualcosa di fondamentale: non vi può essere salute in un Pianeta malato. Abbiamo imparato a conoscere, infatti, il Covid-19 come una malattia respiratoria causata dal virus SARS-CoV-2, appartenente alla famiglia dei coronavirus. Una delle caratteristiche fondamentali di questi virus è la loro appartenenza alla specie animale e la loro capacità di zoonosi, ovvero di realizzare il salto di specie dall’animale all’uomo. I sempre più frequenti disboscamenti, la progressiva erosione degli spazi naturali a favore di aree industriali e urbane, l’innalzamento della temperatura terrestre: tutti questi elementi si sono rivelati determinati nel favorire l’insorgere del Covid-19, la cui diffusione è stata ampliata dalle profonde interconnessioni che caratterizzano l’attuale società globale.

Oggi più che mai per salvarci, abbiamo solo una possibilità: ripristinare un’equilibrata e integrale relazione tra uomo ed ambiente, riducendo i livelli di inquinamento, tutelando gli ecosistemi naturali e superando definitivamente la dipendenza da combustibili fossili al fine di abbracciare un new green deal.

Per questo motivo, il Next Generation EU, il nuovo piano per la ripresa e resilienza Europeo, ha individuato tra gli obiettivi principali per il superamento della crisi la costruzione di un «Europa più ecologica, digitale e resiliente». Ne è conferma il fatto che ben il 30% delle risorse del Recovery Fund dovranno essere impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici. Questa è la percentuale più alta di sempre del nostro bilancio comunitario. La transizione verso un’economia circolare e più sostenibile per il raggiungimento della neutralità climatica nel 2050 non sarà tuttavia facile senza un impegno concreto di tutti i Paesi della comunità europea. L’unica certezza è quella che questo ambizioso obiettivo permetterà di avere benefici non solo di carattere ambientale, ma anche economici, e soprattutto consentirà uno sviluppo più equo e sostenibile delle nostre comunità, le quali saranno riportate al centro delle politiche e delle azioni.

Lo sforzo mentale che dovremmo fare è quello di immaginare l’Europa che vorremmo vedere fra trent’anni, l’Europa che dovremo consegnare ai nostri figli, percorrendo la via della programmazione di lungo termine: una sfida senza dubbio difficile, ma necessaria per la nostra Casa Comune. Per fare ciò abbiamo bisogno di invertire rotta, guardare a nuove soluzioni, costruire il presente con uno sguardo verso il futuro.

Il NexGeneratoEu costituisce, in questo senso, la migliore occasione che abbiamo per iniziare una transizione green che da troppo tempo viene rimandata: non dobbiamo però sprecarla, per evitare di precludere il futuro alle nuove generazioni. Al contrario, dovremmo utilizzare le risorse europee per progettare un Paese più semplice, più connesso, più innovativo e più green.

La lotta ai cambiamenti climatici è la sfida del nostro millennio, e deve diventare una priorità in qualsiasi agenda politica. Quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli? La risposta a questa domanda può essere ricavata guardando il risultato di un’indagine, diffusa dall’istituto Swg che rivela che 64% dei ragazzi appartenente alla generazione Z – i nati tra 1996 e 2010 – indica il clima come la realtà che maggiormente li preoccupa.

Abbiamo il dovere di tutelare le generazioni future, e lasciare loro un mondo più in salute. Questa responsabilità appartiene a tutti noi, e in modo particolare ai policy makers nazionali e internazionali, che hanno il dovere morale e politico di correggere le distorsioni che l’uomo stesso ha creato con le sue attività nel corso degli ultimi due secoli. Il cambiamento inizia ora: se avremo appreso dai nostri errori, potremo immaginare un futuro radioso e più integrale, per il Pianeta e per le meravigliose specie naturali e umane che lo abitano.